‘Ma questo si saprà in Paese?’

 

“Mi chiamava lurida mula”.

“…salì sulla mia pancia e mi diede tante di quelle botte che persi il mio bambino”.

Di Vincenzina e della sua vita conosco solo quello che i giornali raccontano.

Ma il suo racconto è anche il racconto di altre 6 milioni e 788 mila donne (dati ISTAT)

Delle parole di Vincenzina, questa è quella che più di tutte mi rimbomba nel cervello: ‘Ma questo si saprà in Paese?

Povera Vincenzina, vittima di un marito violento e di una cultura patriarcale che vuole l’uomo dominante e la donna sottomessa.

Deve essere stato liberatorio per lei: “L’ho ucciso con il bastone con cui mi picchiava”.

Ma non è così che avrebbe dovuto finire Vincenzina.

Non dovrebbe mai finire così.

Ma nemmeno mai dovrebbe essere instillato nelle coscienze che se un uomo malmena una donna il senso di colpa e la vergogna sia di lei e solo di lei Family Day – Roma 20 giugno 2015

Anche se domani, sì, si saprà in paese.

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#8Marzo – Le donne lo sanno.

Ho fatto molte cose nella mia vita, ma di occuparmi dell’organizzazione di una mostra d’arte non mi era capitato mai.

l’Altro ieri hanno terminato l’installazione dei quadri per questo 8 marzo ed era sera inoltrata ormai quando finalmente riesco a trovare il tempo per fare un giro in sala.

Non c’è più nessuno.

Sono sola. Io e me.

Scatto alcune foto dell’ambiente che ospita la mostra di sole artiste donne.

Non c’è una buona luce. Le lampade sul soffitto si specchiano sui vetri dei quadri e disturbano l’osservatore. Me ne accorgo con più consapevolezza quando rivedo le foto appena scattate. Faremo l’inaugurazione l’indomani nel tardo pomeriggio e spero che le luci non diventino un problema.

No, non c’è una buona illuminazione, ma quel quadro mi salta comunque agli occhi.

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O, per meglio dire, mi salta comunque al cuore. Mi avvicino è scatto una foto

ALBATROS - Antonia Bortoloso

Antonia Bortoloso

Le donne lo sanno. Lo sanno da dentro. Lo comprendono con le cellule prima che con la mente.

Non so se sia per un fattore genetico o per istinto o per substrato culturale, ma sono certa che qualunque donna vedendo questo quadro capisce all’istante l’intenzione dell’artista.

C’è una poesia in basso a destra del quadro, lì le fastidiose luci non disturbano l’osservatore.

Mi avvicino e leggo: 

Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore.

La riconosco subito. Subito. E mi scivola una lacrima.

Ma non importa, tanto non c’è nessuno.

Sono sola. Sono solo io e me.

Anzi… no.

Con me c’è Alda Merini e la sua poesia e c’è Antonia, che ha realizzato il quadro.

Ci sono le donne che non ho mai conosciuto, ma di cui ho letto sui giornali perché vittime di #femminicidio.

Ci sono le bambine vittime di infibulazione.

Ci sono le donne vittime di maltrattamenti, donne private della possibilità di decidere di se stesse e del loro corpo, del loro futuro… 

Con me ci sono le Donne. Quelle stesse donne che, come nel quadro di Antonia, sono state strappate, stracciate, ferite nel corpo e nell’anima.

Vorrei si smettesse, e vorrei lo facessero le giovani donne in primis, di chiamare l’8 marzo “festa della donna”. Perché da festeggiare, davvero, non c’è niente.

E le donne lo sanno, lo sanno da dentro, lo sanno nelle cellule.

Didì

P.S.: ringrazio di cuore Antonia Bortoloso per la sua arte e per la sua sensibilità e per avermi permesso di utilizzare, su questo piccolo blog, la foto “rubata” l’altra sera.

 

#25N #orangeurworld – End Violence against Women – Orange World in 16 Days

Parlare di violenza non è mai semplice e parlare di femminicidio è ancora più difficile. In particolar modo quando il termine femminicidio non è ben chiaro nella mente delle persone. Marcela Lagarde definisce così questo termine che nuovo non è: Femminicidio è «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

Se è così – e così è! – allora siamo tutti e tutte chiamati in causa. Siamo tutti e tutte coinvolti. Nessuno escluso.

Molte sono le donne e le associazioni femminili e femministe impegnate su un tema così difficile come la violenza di genere, molti di meno sono gli uomini attivi e presenti su questo fronte. Uomini che perlopiù non si occupano o sono assenti sul problema o, nel peggiore dei casi, negano il fenomeno del #femminicidio. Io credo dovrebbero invece sentirsi chiamati in causa, perché parte di questa società. Ma qualche eccezione esiste:  www.noino.org  ultimo esempio, tra i pochi nati, di azione di sensibilizzazione al maschile sul tema della violenza sulle donne. Ma ancora sono pochi e il loro silenzio è assordante.

In merito all’assenza di voci che si levassero forti ed agissero riguardo il  femminicidio,  aveva visto bene l’ex Ministra alle Pari Opportunità Josefa Idem: creare una Task Force che includesse, non solo le istituzioni, ma tutti coloro che di violenza sulle donne si occupano ogni giorno. Un primo valido esempio di azione condivisa è stata la creazione, da parte dell’ASL di Grosseto, del Codice Rosa , un protocollo che, visti i risultati positivi, è stato poi esportato dalla Regione Toscana in altre ASL del suo territorio.

Ora, come già scrissi su questo blog, non solo siamo orfane di un Ministro alle Pari Opportunità, ridotta oggi ad una mera ed inutile delega, ma non abbiamo più nessuno che lavori su quella Task Force.

Prendiamo atto che non ci mancano le idee. Semplicemente ci viene negata la possibilità di renderle fattive.

Condivido il pensiero di tutte coloro che non hanno voluto chiamare questa giornata “Sciopero delle Donne” perché io, così come loro, non capisco riguardo a cosa avrei da scioperare.

Lo sciopero implica il fermo di qualsiasi attività ed io non ho la men che minima intenzione di sospendere la mia azione contro la violenza sulle donne, sulle bambine, sull’infanzia in generale e contro ogni forma di violenza. Ma anzi incito e invito chiunque si senta un essere umano appartenente al futuro a parlare, discutere, ideare, costruire e impegnarsi per abbattere questo muro di cecità istituzionale, umana, culturale, educativa e religiosa che rende le donne schiave di stereotipi, di becere culture patriarcali, di machismo stantio.

È chiaro a tutti, ma forse anche no, che il #femminnicidio è più radicato e complesso di quanto non sembri e poggia su alcune strutture culturali, economiche e sociali che andrebbero alcune abbattute, altre modificate e altre ancora costruite ex novo. Un’azione condivisa, costante e incalzante da parte di chi oggi manifesta la volontà di cambiare questa realtà, renderebbe non procrastinabile un coinvolgimento sostanziale di tutti coloro che operano a livello culturale come nella scuola, nella televisione, nei giornali, nella pubblicità. Renderebbe esigibile un’azione fattiva da parte delle istituzioni governative coinvolgendo più ministeri, così come proposto dall’allora ministra. Coinvolgerebbe inoltre attori sociali come i sindacati, le associazioni e la famiglia. Perché anch’io, come tutte, sono convinta che l’azione debba essere corale. 

E’ stato approvato un decreto #femminicidio che non tutela la donne, ma mette in pace la coscienza di chi la vera soluzione non l’ha voluta. Perché costava fatica e soldi. Le donne chiedevano un’azione più matura e consapevole che desse sostegno, coraggio e forza alle donne in difficoltà, che desse loro la possibilità di rendersi economicamente indipendenti, che prevedesse per loro un rifugio nel momento del bisogno. 

E’ stato un buco nell’acqua. Perché si pensa alle donne ancora come fragili ed incapaci di prendere in mano la propria vita. Perché ancora si vuole le donne attrici passive della propria esistenza. 

E’ con queste convinzioni che questa giornata non la chiamo “Sciopero delle Donne”. Perché le donne sanno bene di cosa hanno bisogno, sanno come gestire la propria vita e cosa è bene per loro. Le donne non hanno bisogno di mero assistenzialismo, hanno bisogno di possibilità. Ed io so che non si fermeranno un solo minuto, ed io con loro. So che lotteranno e agiranno fino a quando no avranno raggiunto l’obiettivo. Ed io con loro. So che qualsiasi coloro oggi si voglia utilizzare per questa protesta, qualsiasi nome gli si voglia dare loro faranno squadra. Ed io con loro.

Non stiamo ferme. Iniziamo subito, con urgenza. Iniziamo da loro.

#orangeurworld

End Violence against Women  “Orange World in 16 Days” #orangeurworld

Didì